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IL PARALLELO
corsi e ricorsi storici
Ci sono dischi al cui primo ascolto si rimane come folgorati. Nel caso
del debutto dei Kill The Vultures questa teofania è più legata ad un
fortissimo sentimento di déjà-vu che non alla sostanza in sé, a ricordi
che di colpo sovvengono e che risalgono ad una buona dozzina di anni
prima.
Correva l’anno 1993. I Nirvana e il fenomeno del grunge di Seattle (Pearl
Jam, Alice In Chains e Soundgarden su tutti) avevano riconsegnato agli
Stati Uniti lo scettro, dopo anni di new-wave britannica. Il nuovo
dominio yankee veniva rafforzato da una ondata di gruppi destinati ad
entrare nella storia (tipo i R.e.m. o i Nine Inch Nails, giusto per
dirne un paio) e dall’affermarsi a livelli commerciali (insospettabili
pochi anni prima) del genere rap, grazie al talento di gente come Dr.
Dre e a gruppi come Cypress Hill e Public Enemy. E’ proprio tra questi
personaggi ormai mainstream che esplode la bomba Wu-Tang Clan: un
collettivo di nove elementi si presenta sulla scena con un album, “Enter
the Wu-Tang (36 chambers)”, che spicca nel caotico mondo hip-hop per la
sua unicità. Un rap tinto di blues sporco si fonde con la filosofia
orientale, un incontro a dir poco bizzarro. Ma efficace. Pezzi come
C.R.E.A.M. o Protect ya neck diventano presto piccoli cult,
il brano Wu-Tang: 7th Chamber part II è emblematico della
versatilità del Clan, e l’album successivo “Wu-Tang Forever”, con
un’intera orchestra a far da sfondo al singolo Triumph, segnerà
un’altra pietra miliare. Nel giro di pochi anni il clan diventa una vera
e propria istituzione, con i nove samurai ad inseguire mille progetti
paralleli (vedasi i vari Method Man e Ghostface Killa, ma soprattutto
RZA, che collabora con Quentin Tarantino in Kill Bill e persino col
nostrano Frankie Hi-Nrg, in un viaggio alla scoperta dell’hip hop
europeo) e a fondare anche una propria linea di moda. I guai (culminanti
nell’arresto e nella successiva morte per overdose di uno degli
elementi-chiave, Ol’ Dirty Bastard) e la sazietà porteranno
all’inevitabile declino del più grande gruppo di musica hip hop di
sempre.Quand’ecco
che nel 2005 spuntano quattro ragazzi da Minneapolis.
I suoni scarni, crudi, quasi minimalisti di Sick days are upon us,
Beasts of burden, Behind these eyes sembrano usciti da un
B-side fino ad oggi rimasto nascosto del Clan. Invece no. E sono pure
quattro ragazzi bianchi! Del resto, dopo il fenomeno Eminem il rap non è
più di proprietà esclusiva della comunità afro-americana, tant’è che le
cose più interessanti degli ultimi anni si chiamano cLOUDDEAD o Bubba
Sparxxx o, appunto, Kill The Vultures. Bravi, molto, ma originali… beh,
solo se ci si dimentica di nove rapper shaolin! |